Una ragazza che entra in una comunità quando è ancora una bambina. Una madre che, secondo il racconto della figlia, è ormai completamente soggiogata dalla figura del “Maestro”. Poi gli anni trascorsi all’interno di un sistema fatto di regole, isolamento, presunte pratiche di purificazione e obbedienza.
Fino alla decisione di raccontare.
È anche dalla denuncia di una giovane assistita dall’Avvocato Penalista Beatrice Manera che prende forma un lungo percorso investigativo sul mondo che ruotava attorno a Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, arrestato il 1° ottobre 2026 dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione “Asmodeo”.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, dietro corsi di yoga, meditazione e arti marziali sarebbe esistito ad Almese, nella Bassa Val di Susa, un sistema di assoggettamento psicologico caratterizzato da violenze, coercizione lavorativa e abusi sessuali.
Malatesta è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito di un’indagine nella quale vengono ipotizzati, tra gli altri, i reati di riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale aggravata.
Le responsabilità dovranno naturalmente essere accertate nel procedimento penale. Ma dietro l’indagine c’è anche la storia di chi, dopo anni, ha trovato la forza di raccontare.
Una di queste persone è assistita da quattro anni dall’Avvocato Beatrice Manera.
Oggi tutti parlano della “setta di Almese”, ma per lei questa storia è iniziata diversi anni fa.
La assisto ormai da quattro anni.
Quando è venuta da me aveva 23 anni, oggi ne ha 27. Mi ha raccontato una storia terribile che riguardava praticamente tutta la sua infanzia e la sua adolescenza.
Tutto sarebbe iniziato quando aveva soltanto nove anni. Era stata sua madre a condurla in quell’ambiente, inizialmente per quelle che venivano presentate come semplici lezioni di baby yoga.
Crescendo, intorno ai tredici anni, aveva iniziato a praticare yoga e progressivamente a vivere sempre più all’interno di quella comunità.
La madre, secondo quanto mi raccontava la ragazza, era ormai completamente soggiogata dalla figura del “Maestro”.
Lei quindi era entrata in quel mondo da bambina e per molti anni non aveva avuto gli strumenti per rendersi conto che ciò che stava vivendo non fosse normale.
Che cosa le ha raccontato della vita all’interno della comunità?
Mi ha descritto un sistema nel quale la figura del “Maestro” assumeva progressivamente un ruolo centrale nella vita delle persone che lo seguivano.
Inizialmente si presentava come maestro di yoga e di arti marziali. Poi questa figura avrebbe assunto sempre più una dimensione spirituale e quasi salvifica.
Venivano utilizzati amuleti, sali, cristalli, incensi e altre presunte terapie sciamaniche che, secondo quanto veniva riferito agli adepti, sarebbero servite ad allontanare malattie, energie negative o altri mali.
Naturalmente tutto questo aveva anche un costo.
Secondo il racconto della mia assistita, venivano venduti prodotti, trattamenti e oggetti ai seguaci, alimentando ulteriormente il rapporto di dipendenza dalla figura del “Maestro”.
Le persone vivevano anche all’interno della comunità?
Sì.
Alcune persone erano state progressivamente portate a vivere all’interno della comunità.
Pagavano per poter dormire su delle brandine e, contemporaneamente, erano chiamate a lavorare quotidianamente: dovevano occuparsi del giardino, dell’orto, della pulizia degli ambienti, della cucina e delle altre necessità della struttura.
La mia assistita mi ha raccontato di una vita regolata in maniera estremamente rigida.
E bisogna ricordare che lei era entrata in questo mondo quando era ancora una bambina.
C’era anche un progressivo isolamento dall’esterno?
Questo è uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente.
La ragazza mi raccontava che le amicizie venivano scoraggiate perché le persone esterne avrebbero potuto portare energie negative.
Anche i rapporti familiari erano fortemente limitati, fatta eccezione per la madre che faceva parte della stessa comunità.
Quando entrava in contatto con determinate persone poteva essere necessario, secondo quelle convinzioni, sottoporsi successivamente a rituali di purificazione per liberarsi dalle energie negative.
Questo significava ancora una volta ricorrere a sali, trattamenti e altri prodotti.
La conseguenza era un isolamento progressivo.
Lei andava a scuola, ma mi raccontava di trascorrere spesso gli intervalli da sola. Non aveva una normale vita sociale e adolescenziale.
A sedici anni la situazione sarebbe diventata ancora più radicale?
Sì.
Secondo il racconto della mia assistita, intorno ai sedici anni le venne imposto di prendere una sorta di “voto” e diventare una delle seguaci consacrate al Maestro.
Dovette rasarsi i capelli, indossare abiti arancioni, seguire determinate prescrizioni alimentari e comportamentali e rispettare regole molto rigide.
Pensiamo a cosa significhi tutto questo per un’adolescente.
Quella ragazza non stava semplicemente frequentando un corso di yoga: quella realtà aveva finito per occupare praticamente ogni spazio della sua vita.
La sua assistita le ha raccontato anche di presunte pratiche terapeutiche?
Sì.
Secondo quanto mi ha riferito, alcune pratiche venivano presentate come sistemi per riequilibrare i chakra o eliminare energie negative e presenze demoniache dal corpo.
Venivano utilizzati anche cristalli posizionati sul corpo e l’imposizione delle mani.
Alcune di queste pratiche interessavano anche zone intime del corpo o il seno, sulla base dell’idea che proprio in determinate parti del corpo potessero concentrarsi energie negative.
Sono aspetti estremamente delicati che oggi fanno parte del materiale sul quale hanno lavorato gli investigatori e che naturalmente dovranno essere valutati nelle sedi giudiziarie competenti.
C’erano anche delle punizioni?
La ragazza mi ha raccontato diversi episodi che fanno comprendere fino a che punto questa figura avesse acquisito un potere sulla vita quotidiana dei propri seguaci.
Ricordo un episodio apparentemente quasi surreale.
Un giorno aveva mangiato per errore un pezzo di torta nel cui impasto era presente del liquore. Per punizione sarebbe stata obbligata ad acquistare dieci alberi da frutto, che successivamente dovette anche piantare.
Mi raccontò inoltre di punizioni fisiche che venivano giustificate con la necessità di riequilibrare o liberare i chakra.
Presi singolarmente alcuni episodi possono apparire persino difficili da comprendere dall’esterno.
È quando li si inserisce all’interno di un sistema durato anni che si comprende la dimensione del controllo che la persona racconta di aver subito.
Arriviamo al momento decisivo. Come ha trovato la forza di denunciare?
È stato un percorso.
Quando l’ho conosciuta era una persona molto diversa da quella che fortunatamente è oggi.
Aveva vissuto praticamente tutta la propria infanzia e adolescenza in quella realtà. Per lei riconoscere il disvalore di determinate condotte significava anche arrivare progressivamente a comprendere che quella non era la normalità.
Ne abbiamo parlato molto.
Ha lavorato con la sua psicologa e ha lavorato con me dal punto di vista legale.
Poco alla volta ha acquisito consapevolezza di quello che aveva vissuto.
E insieme siamo riuscite a darle la forza necessaria per denunciare.
È stata quindi anche lei a consigliarle di presentare la denuncia?
Il mio ruolo, come avvocato penalista che assiste quotidianamente le persone offese, è innanzitutto spiegare che cosa significa denunciare.
Non si può decidere al posto della vittima.
Bisogna però permetterle di comprendere quali strumenti abbia a disposizione e quali conseguenze possa avere la scelta di raccontare ciò che ha subito.
Nel suo caso il percorso con me e con la psicologa è stato determinante per consentirle di riconoscere quello che era accaduto e trovare la forza di portarlo all’attenzione dell’autorità giudiziaria.
La querela è stata presentata nel 2023.
Sono quindi trascorsi circa tre anni tra la denuncia e l’arresto. Come li avete vissuti?
Sono stati tre anni di indagini molto approfondite.
E lei è stata estremamente paziente.
Quando una persona trova finalmente la forza di denunciare qualcosa che sostiene di avere subito per anni, può essere difficile comprendere perché la risposta giudiziaria non sia immediata.
Ma un’indagine di questa complessità richiede tempo.
Gli investigatori hanno ascoltato persone che erano già uscite dalla comunità, ricostruito rapporti, verificato dichiarazioni e raccolto elementi.
Oggi sappiamo dalla stessa attività investigativa che il fenomeno sarebbe stato molto più ampio rispetto alla sola esperienza della mia assistita.
Come ha vissuto personalmente la notizia dell’arresto dopo aver seguito questa ragazza per quattro anni?
È inevitabile che un percorso così lungo lasci qualcosa anche nel professionista.
Quattro anni fa avevo davanti una ragazza molto diversa da quella che vedo oggi.
Ma ricordo che, nonostante tutto quello che aveva vissuto, era già una ragazza forte e tenace.
Vederla attraversare questo percorso, acquisire consapevolezza, trovare la forza di raccontare e attendere per anni lo sviluppo delle indagini è stato importante anche per me.
Sono felice di averla affiancata nel percorso che le ha permesso di portare alla luce la propria storia.
Una storia che, secondo quanto lei ha denunciato, riguarda una condizione di assoggettamento iniziata quando era soltanto una bambina.
Cosa rappresenta allora l’arresto di oggi per la sua assistita?
Non rappresenta la conclusione del procedimento e certamente non equivale a una condanna.
Questo deve essere molto chiaro.
Siamo davanti a una misura cautelare e le responsabilità delle persone coinvolte dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie.
Ma dal punto di vista della persona offesa è comunque un momento importante.
Significa che quel racconto, dopo anni, è stato ascoltato, approfondito e sottoposto all’attenzione dell’autorità giudiziaria.
Ed è importante anche per un’altra ragione.
Quanto accaduto alla mia assistita e quanto raccontato dalle altre persone coinvolte nell’indagine doveva emergere.
Cosa direbbe oggi a una persona che si riconoscesse in una situazione simile ma avesse ancora paura di denunciare?
Che non deve pensare di dover affrontare tutto da sola.
Uscire da una situazione di assoggettamento può essere estremamente difficile proprio perché, dopo anni, alcuni comportamenti possono essere percepiti dalla vittima come normali.
Per questo è fondamentale poter contare su professionisti in grado di accompagnarla: dal supporto psicologico all’assistenza legale.
Denunciare non è semplicemente mettere una firma su un foglio.
Può essere il risultato di un percorso lungo, nel quale la persona deve prima riuscire a riconoscere ciò che ha subito e poi trovare la forza per raccontarlo.
La mia assistita quella forza l’ha trovata.
E credo che questo sia uno degli aspetti più importanti della sua storia.









